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Quasi 9 mesi per coronare un sogno, 9 mesi per andare da Bangkok a Istanbul, con tutto quello che ci può essere di mezzo, una di quelle cose che si fanno una volta nella vita, un esperienza pazzesca, interessante, coinvolgente e non facile da raccontare, qualcuno si chiederà il perché di un viaggio di questo genere, ma non c’ è una ragione diversa dalla grande passione per i viaggi, per le altre culture, forse la voglia per una volta di sentirsi liberi, mentalmente liberi.

Ricordo ancora le parole di un amico prima della mia partenza: “Ti auguro di trovare quello che cerchi”.

Il fatto è che non sono partito alla ricerca di qualcosa, sono partito perché mi andava di farlo.
Qualcuno lo chiama anno sabbatico, qualcun’ altro lunga vacanza, io posso solo dire di aver fatto parecchie vacanze in vita mia e questa è un'altra cosa.
Quando si parte per una vacanza, la prima settimana si ha ancora la mente a casa, ci vuole un po’ di tempo per smaltire stress e abitudini, la seconda settimana ci si inizia a godere la vacanza e la terza settimana si comincia già a pensare al rientro, progetti e propositi vari ci privano della serenità che meriterebbe il viaggio che stiamo facendo. Recentemente ho addirittura sentito di gente felice di rientrare dalle vacanze perché stressata dalle vacanze…
Non è il mio caso ovviamente, ho voluto anzi per una volta nella vita provare la sensazione di non conoscere la data del mio rientro, sarebbe potuto avvenire dopo poche settimane, o come è poi stato dopo alcuni mesi.

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È un modo di viaggiare che deve piacere, qualcuno nei mesi in cui ero in viaggio mi ripeteva: “Bella vita…”.
Si, bellissima ma non per i motivi che si credono, bellissima  perché giorno dopo giorno esci dal tuo IO, bellissima perché incontri gente nuova, culture diverse, religioni, cucine e modi di fare differenti ma bellissima anche perché occorre pensare a dove dormire spendendo il meno possibile, anche per terra o in compagnia d’ insetti se serve, bello il dover informarsi giorno dopo giorno in lingue mai sentite prima, bellissimo poter decidere dove andare, quanto tempo stare, di chi fidarsi, bello prendere al volo uno scassatissimo bus che arranca su strade  che di tale hanno solo il nome.

Deve insomma piacere e deve anche piacere la solitudine, non tutti i giorni infatti si incontrano stranieri con cui parlare, non tutti i giorni si ha voglia di stringere mani. Ecco, la solitudine, molta gente è rimasta perplessa dal fatto che fossi solo, ma io solo non mi sono mai sentito!
Certo non sono mancati i giorni in cui pensavo “Ma che accidenti ci faccio qui?” che non significa certo mancanza di casa, a una persona che parte con un idea del genere difficilmente mancherà casa per il semplice fatto che altrimenti non partirebbe, in poche parole come potevo sentire la mancanza di un qualcosa da cui volevo prendermi una lunga pausa? E poi occorre dire che un viaggio del genere si costruisce da se giorno dopo giorno, anche il viaggio più lungo comincia con un piccolo passo e questo vale anche per la vita di tutti i giorni dove si incontrano veri e propri eroi che costruiscono le loro imprese giorno dopo giorno, una madre cresce il propri figli giorno per giorno, un medico salva delle vite non certo dall’ oggi al domani, un dirigente capace forgia la sua esperienza in anni di studio e di esperienza, io per una volta ho provato a calarmi in una parte che ho sempre sognato e se viaggiatore è una parola un po’ grossa mi si passi almeno quella dell’ uomo libero.

Cosa rimane di un’ esperienza del genere? Tanti ricordi certo ma anche tante esperienze, tante facce, tante monete e ancor più lingue, Sandro, un amico Italo-Svizzero un giorno mi disse: “Vedrai, dopo il quarto mese di viaggio entrerai in un'altra fase” per me che ero sempre stato via al massimo 1 mese suonava strano ma si sarebbe poi rivelata una grande verità, tanto infatti occorre per potersi riappropriare di se stessi.
Le piccole differenze sono poi le cose che più mi hanno colpito, in Cina il bianco è il colore associato al funerale, in India è d’ uso ringraziare con le mani giunte come se si stesse pregando, pratica da non utilizzare mai nei paesi musulmani, dove invece ci si mette una mano sul cuore, in Laos nei villaggi delle etnie locali si usa sacrificare un bufalo per ingraziarsi gli spiriti… ad un certo punto si va in crisi, ci si comincia a porre domande importanti, chi sono io davvero? Siamo proprio sicuri che quello che ci hanno insegnato sia la cosa giusta? Le domande superano ampliamente le risposte ma se qualcosa ho imparato, questo è che il Diverso è diverso, non meglio o peggio ma semplicemente diverso, il rispetto mi ha sempre accompagnato in questi mesi tanto quanto la curiosità, non posso dire di non aver mai visto situazioni spiacevoli o ingiustizie ma non posso certo permettermi di giudicare questa o quella cultura, è un ruolo, quello del giudice che lascio volentieri ad altri.

Un ultimo pensiero va ad un uomo, incontrato per puro caso in una sperduta località del Nord della Cambogia, era sera, ormai buio in una cittadina con le classiche 3 vie e una pompa di benzina dove stavo mangiando un panino, un Cambogiano benvestito si siede al mio tavolo (dopo avermi chiesto il permesso) e in un buon inglese mi chiede che ci faccio da quelle parti, io parlo del mio viaggio e lui mi risponde “Devi essere un uomo molto ricco”, “Non sono ricco, non mi lamento (un Italiano in Cambogia non può certo piangere miseria!), ma non sono certo ricco”, “Allora sei un uomo molto fortunato” dice sorridendomi. Si sono un uomo estremamente fortunato, sarà il caso di ricordarlo spesso.

 
   
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